Klara (Jenna Ortega) adora il Sole, che è per lei fonte di vita più che per altri, visto che è un robot che si ricarica a energia solare. O meglio, un'Amica artificiale, pensata per le adolescenti. Un modello B1, ormai obsoleto tecnicamente, che stenta a trovare una collocazione con la concorrenza dei più moderni B3.
Oltretutto ha le sue bizzarrie, comportamenti emergenti rispetto a una programmazione che dovrebbe essere lineare. Parla al Sole, adora stare su una gamba, ed ha una spiccata empatia. Ma anche per Klara, finalmente, arriva il tempo di trovare un'amica umana, Josie (Mia Tharia), nonostante l'avversione della madre (Amy Adams).
Inizia per entrambe le ragazze un percorso di scoperta reciproca, con Klara che oltretuttto deve calibrare il suo software rispetto ai nuovi ambienti e alle nuove esperienze. Un percorso che non sarà facile, perché se già una tragedia ha colpito in passato la famiglia di Josie, altre avversità incombono sulla ragazza.
Tratto dal romanzo di Kazuo Ishiguro, Klara e il Sole, diretto da Taika Waititi, co-sceneggiatore insieme a Dahvi Waller, racconta una storia di amicizia e sacrificio, di tragedie e sentimenti profondi, ma gli elementi fantascientifici non sono affatto pretestuosi.
Intanto perché i tema dell'empatia si mescola bene con quello delle macchine che apprendo. Già Alan Turing il matematico inglese, che fu tra i più importanti tra i padri della moderna informatica, nonché uno dei primi teorici dell'intelligenza artificiale, parlò della creazione di "macchine che apprendono", arrivando a chiedersi: Invece di elaborare un programma per la simulazione di una mente adulta, perché non proviamo piuttosto a realizzarne uno che simuli quella di un bambino?
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Klara è modellata come un'adolescente, ma non ne ha le esperienze. Citando Blade Runner, gli Amici di Klara e il sole sono emotivamente inesperti e hanno solo pochi anni per accumulare le esperienze che tu ed io diamo per scontate
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Ma molti esseri umani umani, come la madre di Josie, quando si rapportano a loro non comprendono questo limite. Se lei però cresce nel corso della vicenda, altri letteralmente abusano di questo limite.
E qui veniamo a un altro tema lambito nella costruzione del mondo narrativo del film, ovvero l'eugenetica. Il mondo che fa da sfondo a questa storia traspare come una sorta di distopia in cui i giovani devono essere "potenziati" per vivere in un mondo competitivo. E Josie affronterà le conseguenze sia fisiche che emotive di essere stata potenziata. La drammatica scena in cui si rapporta ad altri potenziati fa emergere le storture di questa ricerca, oltre a farci scoprire che Klara non sembra rispondere alle leggi asimoviane sulla robotica.
C'è il tema dell'insostituibilità, applicato sia a Klara che a Josie, che emerge quando la madre subisce il fascino di chi vorrebbe truffarla proponendo un'apparente facile soluzione ai problemi della figlia.
Dickiano è poi il dubbio della percezione di cosa è reale e cosa e immaginario, che emerge sin da subito, quando comprendiamo che il punto di vista è quello di un narratore inaffidabile, che torna con forza in un finale che lascia più domande che risposte.
Cinematograficamente il film si appoggia sulla straordinaria capacità di Jenna Ortega di sfruttare il linguaggio del corpo. Ogni postura racconta la complessità del suo personaggio nel superare quella difficoltà a cui ho accennato prima di vivere in un mondo in cui assimilare velocemente le esperienze.
Quando invece Klara si rapporta a Josie, alla madre, o ad altre figure apparentemente minori, come la domestica, il miglior amico di Josie o il robot spaventapassari, oltre alle postrure emergono anche le microespressioni del volto e degli occhi.
La ricostruzione d'ambiente non ha slanci di immaginazione visiva, puntando al minimalismo, si affida a mostrare megalopoli non molto lontane dalle città attuali, con un design complessivo che più che guardare a mode e stili futuri, sembra descrivere una versione alternativa del nostro mondo.
D'altra parte è una storia di personaggi più che di ambiente. Pertanto, se per una buona parte del film l'operazione sembra fredda, quando pone in primo piano i rapporti tra i personaggi trasmette invece empatia e partecipazione.
Nonostante i dubbi e le domande apparentemente irrisolte, Kiara e il Sole lascia soddisfatti.
(1) Alan Turing, "Macchine che apprendono" in La filosofia degli Automi, a cura di V. Somenzi, R. Cordeschi, Torino 1986, ed. Bollati Boringhieri













